lunedì, 11 maggio 2009, ore 16:20

Ginocchia: vieni alla festa di Pi? 
Fukuda: sì che ci vengo. Ma chiamarla festa mi pare un po' esagerato.     
Ginocchia:
no, perché, cosa sarebbe allora?
Fukuda: vabbè, festa era quella roba che c'arrivavi per l'una già alticcio, alle due eri sbronzo e alle tre limonavi duro con una sconosciuta...
Ginocchia: già...
Fukuda: te 'o ricordi, signò?    
Ginocchia:
come no!
Fukuda: non come adesso che per festa s'intende: [in falsetto] io faccio la torta salata, tu che fai? I biscotti? Uh, sì, i biscottini...
Ginocchia: a proposito...
Fukuda: cosa?     
Ginocchia:
no, niente. Io faccio al torta salata con le patate, tu che fai? 
Fukuda: [serio] io? Io sto giro faccio i biscotti.       
GinocchiaAPunta
lunedì, 04 maggio 2009, ore 20:25

Per ricordare ho solo le parole dei vecchi, ma tanto basta per sentire sul palato il gusto dolce della magia.
Perché è dai vecchi che si impara il Toro come una favola, dalle storie fantastiche che mettono in fila dietro la linea bianca di bicchieri della barbera.
Quel Toro vecchio come loro di cui non rimane più nulla, quell'altro tutto cuore che io ancora non camminavo dritto. La farfalla granata. E tante altre storie color del sangue.
Da loro si impara ad amare disperatamente anche questo, scalcagnato e senza dignità, che ci tocca di subire oggi come oltraggio.
Tanto mi bastò allora, parole e occhi lucidi, per scegliere da che parte della barricata stare. Per scegliermi i nemici e imparare il gusto forte di stare dalla parte dei più deboli.
Perché, checché se ne voglia dire, la questione è morale. Mica è solo calcio.

Per ricordare, oggi, un diluvio improvviso che sembrava uno scoppio maltrattenuto di pianto.
      
GinocchiaAPunta
sabato, 11 aprile 2009, ore 15:34

La sera del Giovedì Santo si va per sepolcri.
Le chiese aperte, nel buio, buttano fuori una luce fioca e inquietante.
Adelina mi teneva la mano mentre camminavamo da una chiesa all'altra. Almeno tre, per tradizione o per voto, ora non ricordo bene. L'altra mano la tenevo in tasca, a stringere una piccola astronave fatta di lego, con il suo piccolo pilota in tuta spaziale rossa. Il rosso era il colore degli eroi, allora, che forse non avevo ancora cinque anni.
A San Secondo ero arrivato stanco e mezzo addormentato. Cristo, avvolto in un panno rosso, si stagliava sui cocci azzurri di una vetrata circolare e mi fissava attento, con le due dita pronte e fumanti come una pistola. Intorno, solo il mormorio delle preghiere e l'odore dolciastro dei fiori di aprile.
Mi sedetti su un gradino di marmo, mentre Adelina si inginocchiava in preghiera. Il culo gelato e la testa calda del fumo delle candele.
L'astronave uscì dal hangar della tasca in silenzio. Il marmo lucido era perfetto per le manovre di decollo: un breve giro della pista, come a prenderne le misure, una rincorsa veloce sulla traversa di alabastro e poi fu il cielo.
Se Dio stava in cielo e noi stavamo a casa sua, quale modo migliore per raggiungerlo se non un volo diretto?
La luna di un ostia avvolta da raggi dorati mi fece da rotta. La navicella evitò accuratamente una pioggia di asteroidi proveniente da Beghina-ß24 e puntò i suoi faser contro la base nemica Bizoca-7.
Nel campo gravitazionale della luna, però, la tempesta magnetica dello sguardo di Adelina mi fulminò. Un raggio traente di inaspettata potenza mi afferrò per l'orecchio, riconducendomi al mio angolo. La nave era perduta per sempre, nel buco nero di una borsa.
Adelina aveva solo due eroi: uno era dio, l'altro papà. E nessuno poteva toccarglieli.
Io, che ancora non ne avevo trovati, li cercavo nello spazio profondo della mia fantasia.
Quella sera, invece, mi rimase solo una panca di legno e la tristezza macabra delle orazioni, infilate nelle orecchie come una tortura. Cristo moriva e io cominciavo da subito a perderlo, nonostante quella fervida madre.
All'uscita mi colse una sorta d'inquietudine sorda e nel fondo dello stomaco si svegliò sibilando una cosa nera, che somigliava alla paura.
Persi, in quel volo verso l'infinito, la possibilità di salvarmi.
Fu così che cominciai a dedicarmi all'attento studio di Marx.
  
GinocchiaAPunta
venerdì, 13 febbraio 2009, ore 16:07

Lo scovo quasi per caso, ronzando curioso come una zanzara intorno alla luce (della centrale elettrica, naturalmente!). È il reading di uno scrittore a me ignoto accompagnato da un cantautore che mi manda fuori.
Al Circolo dei Lettori c'è la solita aria di alta borghesia alla piemontese: un po' di puzza sotto il naso, ma nulla che non abbia già odorato da vicino. I colori vivaci di alcune ragazzine stemperano l'eccesso degli stucchi.
Un lampadario enorme grava su di noi.
Si sta bene, stasera, immersi in questo colloide di carampane e adolescenti senza soluzione di continuità.
Quando al leggio compare Cavina non riesco a trattenere una risata:
- Ma questo io lo conosco! - mi scappa da dire.
È stato pochi mesi fa, quando a Torino c'era Portici di carta: in una delle innumerevoli bancarelle mi ero lasciato sedurre da La schiuma dei giorni mentre un'affabile signora cercava di convincermi ad acquistare Un'ultima stagione da esordienti. Lui era lì che, piuttosto imbarazzato, si godeva la contesa.
- Non me ne volere - gli dissi - ma tutti mi parlano così bene di sto cazzo di libro qua.
- Sì, Boris Vian è meglio - rispose con ammirevole modestia.
- Allora io mi fido. Anche se questo libro sul calcio, beh! il calcio è il calcio...
- Ma è calcio di ragazzini.
- L'unico che ci rimane. 
E adesso che Vian l'ho letto, caro Cristiano, posso solo dirti che forse era meglio Cavina. La schiuma dei giorni, come ho già commentato altrove, la schiuma l'ha fatta fare solo a me.

Poi è arrivato Vasco Brondi, imprecando contro le sedie stile impero, con una chitarra e una bottiglia di vino. Quando ha cominciato a cantare in quel suo modo un po' stonato io sono piombato anni luce indietro, al tempo in cui si stava  giorni interi chiusi in un appartamento di periferia a fumare e scopare.
E guardare fuori un mondo che continuo a non capire.
GinocchiaAPunta
martedì, 27 gennaio 2009, ore 18:52

Nell’universale amnistia morale concessa da molto tempo agli assassini, i deporati, i fucilati, i massacrati hanno soltanto noi che pensiamo a loro. Se cessassimo di farlo, finiremmo di sterminarli, ed essi sarebbero annientati definitivamente. I morti dipendono interamente dalla nostra fedeltà.
Questo è proprio del passato: il passato ha bisogno che lo si aiuti, che lo si ricordi agli smemorati, ai frivoli e agli indifferenti, che le nostre celebrazioni lo salvino continuamente dal nulla, o almeno ritardino il non essere al quale è votato; il passato ha bisogno della nostra memoria.
È il passato che reclama la nostra pietà e la nostra gratitudine: perché il passato non si difende da solo come si difendono il presente e il futuro, e la gioventù chiede di conoscerlo, e sospetta che le nascondiamo qualcosa.

Vladimir Jankélévitch
GinocchiaAPunta
martedì, 04 novembre 2008, ore 16:35

Il gravare di una mano sulla spalla mi sveglia che ancora non è l'alba.
Il divano sfatto odora di notte e cattivi pensieri.
Ci vogliono minuti interi di buio per capire che con me non c'è nulla di vivo, a parte il gatto che pulisce la sua baionetta in cima alla torre dei libri da leggere. Ci scambiamo uno sguardo sgranato e insieme voliamo alla feritoia della finestra.
Piove. Come un battere accellerato di secondi. La stanza è la cassa armonica del tetto che vibra, scosso da ditate d'acqua fredda.
A destarmi è stato solo un sogno. Ricorrente come questo mal di capa che m'affligge.
Mio padre che mi guarda immobile sull'uscio e mormora: "Vado...". La mano enorme si muove verso di me, come a colmare con il gesto il vuoto di parole mai dette. I segni delle bruciature stridono sul doppiopetto blu. C'è ancora, di lato all'indice, quel callo a foggia di bulbo, da cui a primavera non è mai nato alcun tulipano.
Sulle mie dita si leggono ancora i segni del saldatore. Il mestiere che entra. E che lentamente stanno sparendo.
"Resta..." provo a dire, ma è più pensiero che voce. Lo stupore di vederlo in piedi e vestito, una normalità di cui ho perduto memoria, mi ammutolisce.
Sotto la tesa del Borsalino, uno sguardo che è un "perché?" muto.
E poi la mano giunge sulla spalla e mi sveglio.
Non ho risposta a certe domande che sono un dolore. Restare e dividere, la sola cosa che ho imparato a fare.
        
GinocchiaAPunta
martedì, 07 ottobre 2008, ore 16:10

Correva l'anno millenovecentoottantatre.
Un anno che si traduce con trasloco.
Una casa nuova, una scuola nuova e la meraviglia di un giardino comunale proprio davanti al portone. Tredici alberi da esplorare con la perizia acuta del bambino grasso.
Lumache lasciavano strisce di bava su una panchina verde speranza.
Dalla finestra, lo chignon di mia nonna mi spiava tra le forcine. 
Quando il pazzo mi chiese se si poteva accomodare gli dissi: "Prego" e sedetti accanto a lui. Aveva capelli cortissimi e neri sulla testa quadrata, occhi minuscoli che si muovevano nervosi.
Cominciò a raccontarmi della sua vita. Cose che non ricordo bene, ora che è volato via un quarto di secolo. C'entravano delle formiche volanti e gli occhi delle pecore da gettare alle ragazze. Centravano i baffi dei suoi genitori, di entrambi.
Si accomiatò con un inchino e una sorta di benedizione: "Bravo, bravo! Sei degno dei miei frutti!", mi disse.
Nonna ancora vegliava, tra un dritto e un rovescio, coi ferri verdi numero cinque pronti come un'arma sul davanzale:
- Ma cu iera chissu?
- Giufà - le risposi.
- Acchiana, Giufaluzzo - disse facendo una smorfia che somigliava a un sorriso. 
Quel giorno imparai che la favole della nonna erano tutte storie vere. Che Giufà non era morto, si era solo trasferito a Torino alla fine degli anni sessanta, come altre migliaia di siciliani.
In fondo che ci voleva? Una valigia, un treno, un poco di speranza e tanta fortuna.  

Oggi, invece, ho imparato che le storie della nonna non sono morte. Vivono tutte, tranne 'Mano Verde' di cui ho perso la memoria.
              
GinocchiaAPunta
giovedì, 25 settembre 2008, ore 16:56

La voce la riconosco immediatamente.
Anche se tace. Anche se si nasconde dietro la vibrazione metallica di un telefono.
Una voce di lentiggini sul naso e di idee per la testa quante le efelidi sulle spalle.
Le parole arrivano lente. Non c'è un dunque, non c'è un discorso da fare che renda il timbro incerto un po' più sicuro.
- Ma tu mi vuoi bene?
- Secondo te?
A volte basta solo il parlarsi, perché la voce è un filo di Arianna teso all'indietro nel tempo.
Parlare è non perdersi.
E sono vent'anni che non ci perdiamo. Nonostante il dolore di certi acciacchi dell'anima. E l'amore di traverso che fu anche peggio dell'odio.
Non ci perdiamo. Perché conosco a memoria i riflessi mogano del suo rosso e la curva mutata del mento che tutto perdona di me. Anche il male peggiore che ho fatto.
A volte ci sono persone così lontane da farti sentire a casa.
            
GinocchiaAPunta
mercoledì, 06 agosto 2008, ore 16:28

Oggi, inaspettatamente, ho ricevuto in regalo dei ricordi.
Alcuni erano miei, smarriti sotto la vita che si accumula.
Un oggi qualsiasi di quasi nove anni fa compravo dei colori e della carta spessa, matite grasse e gommapane. Il tempo scorreva lento e caldo in una casa ancora piena di tutti. Si aspettava qualcosa che finiva lentamente. E io, nella luce troppo viva sui volti scarni, tracciavo linee che non avrei chiuso mai più.
Che poi lo so che queste quattro righe sono incomprensibili. Allora pigia qui e ascolta Arancione. Lui è un amico mio fetente che le cose le dice molto meglio di me.
             
GinocchiaAPunta
martedì, 05 agosto 2008, ore 12:41

Ma perché la città non si svuota?
Ho voglia di passeggiare nel 'Deserto dei Tartari' dei negozi chiusi, nelle piazze aperte e sgombre. Nel silenzio delle strade schiacciate dalla calura, a ricercare un filo d'ombra rasente i muri gialli.
Aspettare le sette per vedere i superstiti di agosto uscire dalle tane condizionate di casa: due vecchine, il gelataio sull'uscio, qualche cane randagio sdraiato sul selciato con la lingua penzoloni.
Ho voglia di agosto vuoto.
Come quando eravamo troppo poveri per andare in vacanza e l'unico gioco da fare era attraversare il Corso in bicicletta. A occhi chiusi e con il semaforo rosso, naturalmente!, inventando improponibili zig-zag, impennate, sgumme e salti mortali. La compagnia era quella dei peggio guappi di Zona Pozzo, ma, allora, Torino era veramente un deserto e a giocare per strada c'eravamo solo noi, bambini ubriachi di caldo e senza casa al mare.
Poi Adelina si affacciava alla finestra e fischiava che era ora di rientrare.
La trovavo nascosta dietro la porta, un'ombra con il grembiule a fiori, pronta ad afferrarmi le orecchie e tirare forte: "Ma sono giochi da fare, quelli? Che poi mi ti investono e io che ci dico a papà?".
E stato in quegli anni che mi sono innamorato del vuoto.
      
GinocchiaAPunta