venerdì, 09 ottobre 2009, ore 13:09

Di Padova mi sorprende la bellezza. Inaspettata.
Ché ero sceso dal treno con l'umore degli appuntamenti al buio. Una sorta di machimelhafattofare che mi dondolava nella testa.
E invece no.
Sono bastati pochi passi insieme, con il trolley che ancora rantolva sull'asfalto, per smarrirmi.
Vie appena appena torte, che si aprono su piazze ampie. E portici. Vicoli di ghetto in cui perdere la ragione e palazzi in cui ritrovarla.
Mangiare solo,
seduto sotto il Leone di San Marco e rintanato nel grigio del vestito, è stato come corteggiare con lo sguardo la città. Lo stesso sguardo che neanche le donne belle che scivolavano leggere sui tacchi - saran queste le famigerate galline padovane? mi son chiesto - riuscivano a rubare per sé.
E poi tra le ossa del Santo, che era amico della nonna - e mia nonna vecchia abbastanza per averlo conosciuto - trovare le parole che mai mi sarei aspettato.
La strada da seguire è smettere di seguire una strada. 
        
GinocchiaAPunta
sabato, 11 luglio 2009, ore 20:51

Torino mi stupisce sempre.
Come un'amante elegante e austera a cui sfugge, tra le dita che coprono le labbra, la parola che ti schiude il sorriso.
Torino oggi si lasciava desiderare, invece.
A nulla valeva l'initerrotto corteggiarla lungo le sue strade rette. Oggi non mi lasciava perdere tra le sue cosce e a ogni svolta d'angolo ritrovavo solo me. Perché ci sono giorni che io non vorrei incontrarmi mai e sono i giorni in cui Torino mi apre le gambe e mi lascia libero di dimenticarmi, aggrappato alla sua schiena ossuta. Ma oggi no, oggi non mi voleva.
Offeso, scendevo dalle sue natiche e varcavo il fiume, infilandomi ortogonale tre le vertebre delle piazze piccole.
All'ultima carezza lasciata in punta di dita tra le costole, però, l'ho sentita ridere. Una risata di un semitono troppo alta, che non mi aspettavo più.
Ho alzato la testa, allora, e ho visto il ventre di Piazza Carlo Alberto farsi palcoscenico e tredici attori vestiti di nero danzare con sé stessi e uno scaletto. E poi correre e ridere e prendere la gente per mano e raccontare.
E finalmente mi son perso.

[Che poi c'era un'attrice con le scarpe rosse a puis bianchi sotto il vestito nero e un fiore, anch'esso rosso, appuntato a una spallina. Capelli castani corti e un muso da furbetta.
E due tette grandi e tonde, che sbirciavano dalla scolatura quadra.
Ho pensato, subito, che forse quello era metateatro, teatro nel teatro.
Poi ho solo pensato che era molto bella.]
        
GinocchiaAPunta
giovedì, 14 maggio 2009, ore 19:58

Io non so parlare del mondo.
Non riesco a parlarne senza che una rabbia funerea mi attraversi intero, gonfiando le vene delle mani e quelle sulle tempie. Senza che l'ira si impossessi di me e una nausea feroce mi prenda il ventre. Nausea del mondo e nausa dell'ira. E la strana paura di me, di quello che dico, di ciò che penso potrei.
È che vorrei sapere partecipare al mondo come partecipano altri più sani. Donandosi. E dando qualcosa che non sia rabbia, che non sia nausea. Che forse, ora, non servono a nulla.

Oggi la radiosveglia ha cantato il giornale radio delle sette e trenta.
Mi sono alzato barcollando e ho inciampato tre volte nel gatto.
Colpa del decreto sicurezza che mi rende insicuro, incerto nei passi, e temo anche che Arturo sia extracomunitario.
È nera, infatti, l'infame bestiaccia.
È che mi fa paura tutto quello che dovrebbe rassicurarmi.
Mi fanno paura le ronde. Chi organizzerà le ronde per controllare le ronde, mi chiedo. Quando mi malmeneranno perchè mi piace ascoltare le storie di quel tizio che cerca di vendermi elefanti di fintoebano, chi mi difenderà? Mi fa paura la paura usata come strumento per inchiodarci in casa, per impedirici di imparare il mondo con le mani. Per impedirci di conoscere altro che non sia la paura stessa. 
Mi fa paura anche solo l'idea dei medici spia. Mi fa paura la tubercolosi che cova già l'epidemia, pronta a esplodere quando il timore di una denuncia terrà la gente lontana dagli ospedali.
Mi fa vergogna respingerere navi cariche di persone. Mi fa vergognare che si giochi a rimpiattino con un buco di culo come Malta, mentre le persone muoiono in balia delle onde. La responsabilità è nostra. E di nessun altro.
E intanto, mentre per la paura di pochi vili si uccide la speranza di molti uomini, a rifare l'asfalto del corso è un povero negro, a tirare su i muri di casa un rumeno di merda, chi guarda tua madre che lentamente muore di inedia è un filippino del cazzo, moldava la babysitter, il pane che mangi è arabo, la menta del mohito con cui ti trastulli la sera la vendono a fasci i marocchini a Porta Palazzo. E non solo. Cucinato da un musogiallo il cibo che tanto ti piace, il nuovo medico della mutua un indiano, albanese l'elettrauto, un terrone il pizzaiolo, somalo chi raccoglie a Pachino.  
Tra poco non potremmo più fare nulla senza gli altri che vengono da lontano e tu continui a respingere.
A difendere un confine che non esiste.
Il confine lo ha già sbaragliato il bisogno. E se tu sei umano, il tuo dovere è aprire, accogliere, condividere. Usarti per trovare soluzioni possibili a situazioni impreviste e non limitarti a respingere il problema dall'altra parte del mare.
Non si possono chiudere le porte alla vita.

Io non sono un migrante. Ma sono senza una terra che possa dire mia. 
Mio nonno andò in Belgio con una moglie e tre figli. E tornò in patria con una moglie diversa e qualche figlio di più. Ha scavato buchi profondi nella terra e ha avuto la fortuna di uscirne intero. Il Belgio in cui non era nato gli aveva però dato lavoro e amici, una lingua e la scuola.
Ne ha fatto un cittadino, per sempre.
Mio padre parlava meglio il francese dell'italiano. In alternativa aveva solo un dialetto arcaico che nessuno ricordava più. Mia madre rise quando lo senti dire bonaca invece che giacca, ma si fece migrante anche lei. Da Enna a Torino è quasi più lontano che da Triopoli a Taormina.
Io sono di seconda generazione, come i ragazzini cinesi che stanno sotto gli zaini davanti alle scuole.
Non ho patria, come loro. E di terrone me ne son presi tanti come un insulto, e tanti ridendoci insieme. Ché son proprio terrone, non c'è nulla da fare!
La gente di qui mi sente subito straniero per l'accento stonato e usare la minchia come un intercalare, invece del piciu. Sono straniero per i dolci che mangio e che so cucinare, per il mischiare l'uvetta alle sarde, perchè aspetto i ragali dei morti.
E allora ditemi, che differenza c'è tra me e loro? Che io, davvero, non la so vedere.
     
GinocchiaAPunta
martedì, 17 marzo 2009, ore 16:44

Acque limacciose di fiume. Le riconosco dall'odore più che dal verde scuro. La sera si è già mangiata i colori a uno a uno e del cielo è rimasta una scaglia allumino. Il resto del mondo sono solo ombre.
Le luci gialle, appena accese sulle sponde, sono l'unica bussola che ho.
"Verso la luce", grida il capofila mentre scherza sulla mia incapacità di tenere dritta la canoa. Ed effettivamente faccio cerchi perfetti nel tentativo vano di andare avanti.
Girare in tondo per andar su mi sembra quasi un'idea geniale: guadagno così centimetri di fiume, con un ritmo zoppo che mi riporta in pancia al gruppo.
Poi mi folgora la luna.
La guardo e mi dimentico di remare.
Lasciarmi andare alla corrente mi piace molto di più.

[Il Po, a Torino, odora gradevolmente di fogna e io dovrei finirla di infoiarmi con giochi nuovi.]
    
GinocchiaAPunta
martedì, 30 dicembre 2008, ore 20:49

Il treno traballa leggermente, rallentando l'ingresso in una curva che apre lo sguardo a colline sconosciute, terra che si offre immacolata e nuda.
Il vetro riflette l'immagine crucciata della ragazzina che ho di fronte.
Non temere, - vorrei dirle - si vede nello sguardo lontano che sei l'arbusto di una donna bella. E questi brufoli che tenti di coprire con un lembo di sciarpa tra le labbra saranno presto lontani, come la malagrazia dei gesti incontrollati. Ti rimarranno i denti esatti che ti rendono bello il sorriso, gli occhi dorati dal taglio acuto, i capelli mossi a crocchio che accompagnano come una nuvola il tuo guardare.
Lo sciocco che ti siede accanto, e che ti rende triste di disattenzioni, avrà il tempo di pentirsi. Germoglia già in lui quell'assenza di controllo dello spazio che da sempre fa dannare molti uomini. Le energie che spreca oggi per la tua vivace amica non le avrà più quando la timidezza lo coglierà come una peste.
Lo intuisce anche l'anziana signora seduta accanto a te, mentre ti sorride e tenta di proteggerti con il giornale della sera dagli spifferi del condizionatore e di una tristezza che non meriti.
Se solo potessi intuire quel che sarà.

Intanto, fuori, un istante di fulgida bellezza mi fa pensare che potrei anche morire. Uno spegnersi inatteso, come un regalo senza festa.
E non sarebbe brutto tra queste colline aspre di terra gelata.
Poi mi volto e sorrido dei pensieri di morte che mi rendono i giorni amari.
Canto a memoria tutti i miei errori, mentre mi abbaglia la consapevolezza che intuire cosa è giusto non serve a non sbagliare.
Il treno accellera in un singhiozzo di traversine e le colline si fanno case.
S'ha da star vivi. E cauti.

La stazione mi rigurgita nel vuoto del mondo che ormai
è notte. Nessuno più cammina lungo queste strade di nulla, solo io barcollo di un bagaglio senza ruote.
Alzo gli occhi al cielo nero.
Cadono i primi fiocchi di neve inaspettati, come a dirmi che sono a casa.
E non riesco a non ridere forte della parola gelata sussuratami all'orecchio dal mondo. Solo per me. Non riesco a non ridere forte di meraviglia.
E poi, piano, tutto si fa pioggia.  
 
GinocchiaAPunta
giovedì, 23 ottobre 2008, ore 15:52

La macchina si muove veloce nel buio, una scheggia verde che striscia sulle note di Virgin radio.
Dentro si fanno parole che sono misura di quello che siamo.
- E questo è quanto.
- 'nnamobbene! 
- E quindi?
- Niente, solo che la gente dovrebbe ascoltare più Depeche Mode.
- Try walking in my shoes?
- Già.
E si fuma, rimasticando il gusto di vecchie parole nascoste negli anfratti della memoria. Un altro tempo, stesse notti passate a raccogliersi e fare il conto degli sbagli. Ridendo anche allora.

Il nero di una strada laterale ci inghiotte che siamo muti. Stretta tra i boschi di castagni si arrampica sul crinale in leggerezza.
Pedalata -in genere la si vola in bicicletta- sembra molto più breve che guidata. O forse è il buio a ingannare lo sguardo e il senso del tempo.
Un occhiata d'intesa e ci fermiamo nel mezzo di quattro curve. I fari spenti ci restituiscono cruda la notte. Velata e senza luna. Le stelle sono solo ipotesi estrapolata dal ricordo di un'estate al mare.
Fukuda scende lesto, vernice alla mano, e comincia a scrivere sull'asfalto.
Io scruto l'orizzonte, ascolto il silenzio degli alberi, fischio quando vedo dei fari avvicinarsi tra i tonchi e lo recupero al volo. Si finge di andare. E poi si tira la retromarcia per finire il lavoro.
É un regalo di compleanno da niente, questo.
Fatto di cuore a qualcuno che ha tutto. Tranne una persona che, quando spinge in salita, faccia il tifo per lui.
[E tutto, per Mr Dibs, è una Olmo in carbonio montata Campagnolo: "Perché dietro ogni bici che sale c'è l'ombra di una femmina che se ne è andata" - mi disse un giorno senza pensare.]
Allora ci siamo noi, per il poco che vale, a riempirti l'asfalto di scritte:

VAI MR DIBS,
P'DALA P'DALA CHE SU C'É PIENO DI FIGA,
AURO CULO,
e infine
AUGURI MR DIBS, RE DEL CARBUN.

Quel che resta della notte sono due birre in riva al lago, sei sigarette e il resoconto un po' truce delle dieci migliori scopate.
        
GinocchiaAPunta
mercoledì, 17 settembre 2008, ore 16:33

Si parte in quattro. Una fila indiana di giacche antivento -ché l'aria s'è già fatta fredda e i refoli affondano i denti nella carne nuda- e bolidi di allumino, carbonio, acciaio. Io chiudo la fila chino sul mio telaio verde speranza.
Il ritmo giusto sui pedali lo trovo con fatica. L'asma molesta i polmoni e l'umore: basta un camion avanti per sentire l'albero dei bronchi rattrappirsi come d'autunno.
Ma si va, e la città finisce presto.
La campagna si apre in salita, dove arranco a ogni accenno di curva. Mi supera facile un gruppetto dall'aria allenata e due ragazzini secchi secchi, che paiono non sentire pendenza. Il quarto dei nostri si aggancia al treno e parte. Fukuda e Mr 'Polpaccio' Dibbens mi aspettano in cima, arrivo e si infilano dietro la scia di una discesa tirata oltre i sessanta. Scendere è facile, basta la scelleratezza di un tempo e non guardare il tachimetro. E sentirsi, negli occhi che lacrimano per il freddo, nel gocciolare impudente del naso, liberi come a sedici anni, come sedici anni fa.
Quando arriviamo al casotto del latte crudo un telefono squilla: il fuggitivo si è perso e non sa tornare.
Lo sfanculiamo un po' mentre beviamo e sgranchiamo le schiene.
Tre cani randagi si fermanoa giocare con noi.
Il resto è solo tornar verso casa.
          
GinocchiaAPunta
martedì, 02 settembre 2008, ore 13:14

Porto mi sorprende in confidenza.
Mi ci muovo leggero, lasciando la noia delle mappe agli altri che mi navigano dietro. Alle spalle scivolano veloci le quattro vie principali, il vezzo liberty di una piazza, il barocco impertinente di certe chiese.
Il naso punta alla Ribeira. Ché io ho un certo fiuto per i bassifondi.
Un coro a tre voci mi dice di no. Anche la Lolla (leggasi Lonely Planet) sconsiglia di addentrarsi in quel dedalo.
Non ascolto e cammino.
È solo un altro nodo di vicoli da sbrogliare in scioltezza.
Case sfatte, porte rotte, bambini che scorazzano. Panni stesi ai balconi tra le bandiere del Porto, merda di cane sparsa per terra. Una ragazzina si asciuga i capelli sul balcone, tre vecchie mignotte mi sorridono, togliendomi la voglia per un po'. Un ciabattino s'arrovella su un tacco, appena dietro le due dita di polvere della vetrina, tre individui loschi confabulano sottovoce, la Madonna li osserva da una teca più sù. Un ferramenta impreca a una serratura, indaffarato in ginocchio. Poi mi vede e scappa a gambe levate.
Sfocio in Praca da Ribeira che è buio. I ristoranti hanno esondato di luci e tavolini il lungo Douro.
Villanova de Gaia mi guarda dall'altra parte e sorride: Porto è un po' Napoli, ma non dirlo a nessuno.

GinocchiaAPunta
martedì, 26 agosto 2008, ore 13:05

Il Portogallo -attraversato per vie interne, da sud a nord- ti lascia sulla fronte un segno raggiante di malinconia. Come un interminabile mercoledì delle ceneri.
La bellezza lustra delle piazze -Lisbona, Evora, Coimbra, Porto- si mischia alla decadenza dei vicoli scoscesi in cui mi perdo con facilità. Angoli di città paiono cadere a pezzi di nascosto, come se avessero pudore del loro essere dimenticati. Così la gente.
Scivola la campagna deserta sotto le ruote, i boschi di sughero e di eucalipto. Spruzzi d'oceano per un innata fame di mare -che somiglia un poco a quella comune di amore.
E poi è subito tornare.
                
GinocchiaAPunta
mercoledì, 30 luglio 2008, ore 13:15

La sveglia è una chiave con cui esco dai sogni dimenticandoli. Di solito, la voce della radio si sovrappone alla trama della notte e la dilania di realtà, soverchiandola.
Il lusso di svegliarmi in silenzio lo rubo solo di luglio, ritrovando intatto il filo dei sogni annodato alle dita dei piedi. Lo trascino con me, nel frusciare scalzo fino alla moka, nella penombra del bagno. Stamani, tra lo yogurt alla banana e la crostata di pesche, ero ancora a far barricate per via, per arginare la prepotenza dei carri armati in città, insieme a centinaia di persone che gridavano "No!". Correva con me, da un bidone all'altro, una ragazza bionda e senza nome che sorrideva -che io le bionde non le sopporto mica poi tanto, ma mi si infiltrano sempre nel sonno. Pareva non avere paura, mentre io trasalivo a ogni colpo più forte, di ogni fiammata più alta. 
Poi, l'amaro del caffè e la voce bassa del radiogiornale mi riportavano lentamente alla realtà: "Le persone per bene non hanno paura dei militari in città!", sento starnazzare.
Ordunque, non sono neanche più una persona per bene. 
                 
GinocchiaAPunta