giovedì, 29 ottobre 2009, ore 16:26
Sorelladue ha occhi da indiana del Punjab, come due prugne castane che le occupano l'intero spazio del viso. Quasi me ne stupisco a vederli così grandi addosso a me, dopo tutti questi mesi. Senza rabbia, dopo tutti questi anni.
Mi scruta e ride un riso maltrattenuto che le piega la bocca verso il basso. No, non ci somigliamo molto se non nella durezza delle intemperanze.
L'incanto del rancore che la faceva ringhiare alla mia vista s'è come sciolto nel tino profondo delle mie occhiaie.
- Dovresti dormire - mi dice.
Sorrido. E con un cenno del capo le indico Ade che cuce e ci guarda. La precisione dell'ago che infilza la stoffa le dà la sicurezza che la matassa ingarbuglaita delle nostre voci fa vacillare. Seguire le linee tracciate dal gesso è la sua vocazione.
- Ma come fai a parlare con quella? - chiedo a Sorelladue.
- Ma lascia perdere - risponde accorata - che sai che m'ha detto l'altro giorno? Che io e te dovremmo andare in ritiro spirituale per ritrovare noi stessi. Con Marrazzo.
GinocchiaAPunta
martedì, 22 settembre 2009, ore 23:39
La sposa ha rughe sottili ai lati degli occhi e l'aria nervosa. Il trucco non basta a nascondere le ore di sonno perdute, che sembrano tornarle sul viso nei lampi di sole sul velo. È bella mentre cammina lenta lungo il corridoio che porta all'uscita, nonostante le gambe del consorte non diano la stabilità che sperava al suo passo.
Una bambina con un vestito a fiori lascia cadere un flut dalla terrazza a picco sul mare. Ride sguaiata all'impatto che manda il vetro in frantumi, e che nessuno sente. Poi coglie il mio sguardo e si gela. Immobile, come una bestia selvatica sotto la luce improvvisa dei fari.
Quando si accorge che rido lancia un urlo selvaggio e comincia una danza che sembra una festa.
Tra complici ci si riconosce così.
- Ho fatto una scorpacciata di ostriche alla sfilata di Gucci, all'Excelsior - dice a voce alta una signora dal tailleur nero, mentre rifiuta con aria piccata l'offerta del cameriere.
Io non so trattenermi. Mi giro, la guardo, e col migliore sorriso di casa le dico:
- Non vedeva l'ora di dirlo, nevvero, signora?
Il freddo arriva che sembra inverno. Che quasi mi pento.
Al tavolo sono tutti immobili, forchetta alla bocca o a mezz'aria.
Poi qualcuno riscalda l'ambiente:
- È che alla sfilata di Cavalli fan solo panini.
E si riprende ad affrontare i molluschi.
Lui fuma il sigaro e ha l'aria cupa. Guardinga. Si muove nervoso per tutto il castello, come un capitano che passa in rassegna ogni potenziale pericolo.
Quando lei lo raggiunge capisco perchè. È di una bellezza che abbaglia, che attira gli sguardi su sé a ogni movimento dei capelli nerissimi. A ogni respiro che fa danzare il seno.
Donne così belle andrebbero accompagnate con sicurezza. Anche solo inventata.
E poi c'è quello che cerca l'aria del terrazzo con fame. Infischiandosene della pioggia, si affanna a fumare e a ridere del tempo cangiante. Sembra allegro della lontananza che mette alla gente. La cravatta ciclamino sull'abito nero è come un richiamo per api ubriache.
Lo osservo tornare al suo tavolo, il passo dinoccolato.
Seduto sembra altrove, come fosse ancora fuori.
GinocchiaAPunta
venerdì, 11 settembre 2009, ore 21:57
Come quando da bambino lasciavo che il vinavil mi incollasse le dita alle cose.
Una patina di profumo biancastro scavava le narici fino ai pensieri, invadendoli dal basicranio. Imbrogliandone il filo teso ad andare, lasciandomi inciampare in ogni nonnulla. Ridendo. Senza parole.
Poi levarsi coi denti quella pellicola lattiginosa era come il piacere di toccare la vita che si muoveva da sola dietro la fronte. Pensieri da niente, balenati in un pomeriggio di gioia.
Adesso m'invade improvvisa la stessa sconsiderata incoscienza d'allora. E come allora scelgo di non avere difese.
Solo, la saggezza di oggi sa che non ci sono più pensieri da levarsi coi denti e gettare tra il bello delle cose da fare. Ma solo roba che resta impiastriccita alle dita.
La belleza di oggi è tenere.
GinocchiaAPunta
venerdì, 28 agosto 2009, ore 13:12
La Prof mi guarda seria, allegra dopo il tintinnare di calici in suo onore:
- Ora dovresti bagnare qualcosa, tanto per battezzare casa nuova.
- Ma sei sicura?
- Certo! Un'inaugurazione è quello che ci vuole...
Il mio sguardo sbatte come un insetto sul cristallo della sua sicurezza. In mano, ciò che avanza di una bottiglia di Bellavista Satèn. Non più di tre dita.
I pochi ospiti, nafruagati nella città deserta troppo presto per evitare l'ultima afa, discutono distrattamente della putrella a vista che abbiamo lasciato in salotto.
- Dai! - insiste la Prof.
Piego la testa lievemente di lato, come in dubbioso assenso. Poi, una scossa leggera della mano accontenta un desiderio di festa.
Dalla bottiglia, però, non esce la stilla che m'aspettavo. Si alza invece un ribollire di schiuma. Il gesto istintivo di tappare col dito fa partire uno spruzzo potente che finisce lesto sul muro, e poi sulla cucina, e poi direttamente sulla Prof!
Ride. Lei.
Dice solo:
- Peccato, però, che avevo fatto oggi la piega.
Intorno, dieci occhi mi fissano muti.
Nessuno osa dire nulla. Come congelati. Disorientati.
Ci fossi stato io, al loro posto, avrei applaudito!
[Tre riflessioni. Uno. Ogni minimo gesto al di fuori dell'ordinario genera conseguenze che io tenderei a definire eccessive. Due. Tendo per natura a compiere gesti fuori dall'ordinario. Tre. Ho vecchi, cari amici noiosi che mi considerano pazzo.]
GinocchiaAPunta
mercoledì, 19 agosto 2009, ore 13:06
L'allegria di agosto è il silenzio delle strade.
Un'infinita linea di bagolari spacca in due il viale e resta immobile a guardarmi fumare, come se trattenesse il fiato. Come se non volessero essere scoperti. Ma io lo so che quando mi volto di spalle loro scrollano le radici di terra e muovono altrove.
Un due tre, stella! - grido faccia al muro e mi giro di scatto.
Non sono mai abbastanza veloce, però, per coglierli in flagranza di passo.
Come questa amarezza che sento, che si scioglierà in un lungo silenzio, prima che possa darle un nome.
GinocchiaAPunta
venerdì, 10 luglio 2009, ore 15:48
Le parole se ne sono andate finalmente.
Mi hanno lasciato libero dal bisogno di dire, di vomitarle in conati secchi, come se dovessi svuotarmi di qualche scheggia mal digerita che mi fa a brandelli l'anima.
Ora, finalmente, sono di nuovo libero di tacere. Di imparare ad ascoltare.
Seduto nell'erba, lascio la musica infilarsi nei miei vuoti.
Accolgo.
E con lo sguardo prendo anche il sorriso di chi con me ha diviso questi pochi metri di freddo alla schiena e musica. Grazie.
GinocchiaAPunta
lunedì, 06 luglio 2009, ore 12:40
La seconda legge di Baumhauer e Komp dice che il senso di scoramento è direttamente proporzionale alla lunghezza della barba.
E io non mi rado da quattro settimane.
GinocchiaAPunta
venerdì, 12 giugno 2009, ore 16:35
Oggi vorrei saper suonare il piano.
Se sapessi suonare il piano, oggi, spalancherei le finestre e lascerei andare sui tasti questi pensieri fatti di scirocco e morsi a far sanguinare le labbra. Li lascerei scivolare per ore, giù dal balcone che dà sul cortile, come un rubinetto dimenticato aperto che trabocca dal quarto piano. Uno scroscio violento a spampanare i gerani della signora di sotto.
Che sentano tutti che sono per te. E non mi importa di ciò che diranno della mia oscenità. Non ho alcun pudore, mai avuto pudore.
[E so bene che dovrei vergognarmi anche di questo.]
Purtroppo, però, non so suonare nulla e mi si ingolferà il fiato di tutto questo sentire.
Ché quando ero bambino, Adelina non c'ha pensato che mi sarebbe mancato un modo per dire le cose e mi ha riempito i giochi solo di stoffe e bottoni. E Angelo già a sei anni mi portava in bottega -chè non c'è tempo per certi trastulli quando s'ha da campà- a insegnarmi il gusto metallico dei transistor.
Allora non mi resta che dirtelo provando ad accostare tre pezze di seta, un pugno di resistenze e un filo di stagno.
GinocchiaAPunta
lunedì, 08 giugno 2009, ore 22:05
Mi sono innamorato di Beth Harmon.
GinocchiaAPunta
mercoledì, 03 giugno 2009, ore 13:04
Se io fossimo Thelma e Louise, io sicuro sarei Thelma.
GinocchiaAPunta