mercoledì, 18 novembre 2009, ore 23:59

E poi, d'improvviso, venne il buio.
Che non era proprio scuro, però, avrebbe detto qualcuno sicuro del proprio sguardo. Almeno a vederlo da fuori. C'erano i lampioni che illuminavano fiaccamente gli alberi nudi, le televisioni brillavano nervose dagli occhi dei palazzi e alcune stelle faticavano per mostrarsi attraverso lo spesso strato di polveri che faceva da scudo alla città.
Ma era nera, dentro, quella notte lì. Da lasciare senza fiato.
Come se tutto ciò che il corpo conteneva - cuore polmoni fegato milza reni intestini e salcazzo cosa d'altro ci sta dentro - si fosse sciolto in un buio di pece che risucchiava anche gli occhi.
Alfonso, seienne stentato e spigoloso come un agrifoglio, si infilò istintivamente sotto il tavolo. Era la sua tana, protetta dalle gambe delle sedie fitte come le sbarre di un cancello in ferro battuto. Da una feritoia, sottile poco più di un dito secco di sua nonna, sgranò gli occhi sul niente.
Una specie di paura vischiosa gli si appiccicò alle palpebre, accecando completamente ciò che gli restava della vista. Egli gridò, sbattendo con violenza la testa sul legno che gli faceva da soffitto.
A tentoni, raschiando con le unghia rosicchiate fino ai polpastrelli, tento di cavarsi via quella sostanza viscida che sembrava colata dai suoi stessi pensieri. Ma in vano.
La sua tana sembrava essersi fatta una gabbia, tanto era lo sbattere delle sue ossa contro le sedie.
Con un soffio di fiato, l'ultimo che si sentiva in gola chiamò: 
- Ehi tu! - lasciando che il suo orgoglio spinoso andasse ad appuntirsi altrove.
Davanti ai suoi occhi comparvero improvvisamente due gambe sottili ed eleganti, sicure nell'incedere verso di lui. Calzavano stivali bassi di cuoio, adagiati mollemente sulle caviglie.
- Ehi tu! - rispose soltanto, ma con una voce che rideva.
La luce gialla di una lampada si insinuò improvvisa nella selva delle sedie.
Alfonso non riusciva più a ricordare le parole che aveva ascoltato, ma le foglie gialle dei liriodendron tulipifera stese a terra come un tappeto non gli erano mai sembrate così belle.
             
GinocchiaAPunta
mercoledì, 04 novembre 2009, ore 23:01

Aprì il frutto con un gesto secco delle dita, cavandone via il picciolo verde oliva come aveva visto fare migliaia di volte, in novembre, da centinaia di mani. Era uno strappo leggero della carne che lasciava un piccolo foro circolare laddove prima c'era una rosa di foglie dure.
Il frutto, con il ventre spaccato, giaceva riverso su un piatto di ceramica bianca, un cucchiaino riposava proprio lì accanto, sul tavolo nudo.
Si ricordò allora, nel brillare dell'acciaio, di tutte le volte che qualcuno aveva tentato di insegnargli a mangiare i cachi: il cucchiaino che affondava nella polpa e la strappava per portarla alla bocca o il coltello che ne faceva spicchi dalla geometria esatta. Ma non era mai riuscito a imparare a non sporcarsi la punta del naso quando si perdeva in quel piacere dolciastro.
Allora rise, pensando a tutti gli insulti presi per le camice macchiate, e raccolse il frutto nel palmo. Lo soppesò con attenzione quasi eccessiva. Era molle e profumava di brina, arancione che occupava l'intero spazio degli occhi. Infine lo portò alle labbra e cominciò a succhiarlo.
Lentamente, le dita e il muso si tinsero di una viscida patina chiara mentre del frutto rimaneva solo la pellecchia svuotata e due semi sputati con stizza sul tavolo.
Quando le porse le dita da leccare, lei sorrise sgranando gli occhi di voglia.
Essere rimasto selvatico era la sola cosa buona che avesse mai fatto nella vita.
           
GinocchiaAPunta
mercoledì, 14 ottobre 2009, ore 16:45

Adelina mi osserva disorientata.
Il suo sguardo liquido scivola sulla mia superficie d'alluminio e fa pozzanghera ai piedi. Ha occhi verdi e grandi che sono belli da fissare, nonostante la malinconia della bocca. Sono gli stessi occhi che mi ha ficcato in faccia, alleggerendo il volto duro di mio padre. Ora sono questo. Una faccia da uomo con due occhi toppo grandi per nascondere qualcosa.
E tacere non basta a celare.
Tutta la durezza che metto al silenzio - o il rasoio della lingua - non reggono la tristezza di mia madre che mi scruta l'orizzonte del volto.
- Hai smesso di parlarmi - lei dice.
- Non ho mai cominciato - rispondo.
Allora torce la testa di lato e sorride. Come quando mi trovava nascosto sotto il tavolo con le mani straziate dai morsi per non fare sentire a nessuno l'angoscia. Bastava quello a cavarmi fuori, allora, dal pozzo di me.
Le rispondo ridendo, come dire: ho imparato a schivare i tuoi trucchi di rana pescatrice.
Poi mi scappa di cantare potessi dirti quello che nemmeno posso scrivere esiterei nel farlo. E ridiamo un po', ché io sono stonatissimo.
    
GinocchiaAPunta
martedì, 29 settembre 2009, ore 15:59

L'introspezione è una forma di indagine su se stessi troppo simile alla rettoscopia. Invasiva. Dolorosa. Imprecisa. E con liste d'attesa lunghissime.
Forse dovrei dedicarmi all'invenzione della risonanza magnetica a perfusione per anime zoppe.
      
GinocchiaAPunta
martedì, 01 settembre 2009, ore 16:25

Come m'avessero cavato gli occhi.   
GinocchiaAPunta
giovedì, 13 agosto 2009, ore 13:17

Mi sveglio che il cuscino è già morto.
L'ho strangolato nel sonno inseguendo coi gesti un qualche sogno inquieto.
Colpa del caldo, dicono i più, che fa fare incubi assurdi.
Ma è strano svegliarsi nel cuore della notte - il mondo muto di agosto - con addosso i graffi di un tormento che ho solo sognato. Le ombre giocano a disegnare mostri che si muovono sulla parete candida. E io non ho requie.
Mi alzo e scivolo verso l'aria del balcone. Ho desideri da confessare alle stelle cadenti.
Contro undici aerei prima di arrendermi.
Dabbasso, sull'asfalto che accoglie la mia sigaretta in scintille, cerco la parola che mi definisca.
Sgomento. Oggi.

[E qui ringrazio chi mi ha dato da leggere "Metello" di Vasco Pratolini, perché la parola Sgomento, davvero, non la leggevo da anni. E mi mancava, dio se mancava! E anche un po' quel socialismo lì.]              
GinocchiaAPunta
mercoledì, 27 maggio 2009, ore 19:27

La salita al Centocroci inizia subito dura.
Le gambe cominciano a stridere dopo pochi metri pedalati a ritmo, i polmoni divorano l'aria affamati. Nel petto, un ingranaggio impazzito rimbomba fino alle orecchie.
Non sento nient'altro. Non la voce di chi ha ancora la forza di parlarmi, non il vento tra gli alberi, non il rombo delle poche auto che ci assalgono alle spalle.
Quando mi fermo è perchè credo di star per morire. Solo che mi spiacerebbe tirare le cuoia così, con i piedi incastrati ai pedali in una ridicola caduta laterale sulle ruote. Meglio accasciarsi nell'erba, come si conviene.

Quando intravedo la meta, giusto una manciata di curve più in là, mi sono già dovuto fermare altre due volte.
Le costole digrignate sul respiro affannato.
Le gambe rifiutano il passo e a poco serve incaponirsi con tutto il peso del corpo.
Non rimane nulla di me. Non il cuore, non le forze, non la volontà. Sono completamente svuotato di energie.
Ho dato tutto. E ora c'è solo l'abisso degli occhi che si chiudono per la stanchezza.
é in quel momento che sento la mano di Matteo appoggiarsi sulla schiena e spingermi avanti, come a levarmi dieci chili di peso. La gamba, allora, pare farsi leggera e ricomincia girare.
Mi accompagna così per gli ultimi, interminabili chilometri, fin quasi alla cima.
Quando mi lascia sento di nuovo la gravità affossarmi a terra.
Infilo le ultime quattro pedalate stanche e stramazzo al suolo, appena accanto alla scritta Centocroci.
Quasi centouno.

La discesa vola via in quindici minuti scarsi di assoluto riposo. Ma com'è, mi chiedo, che due ore e passa di ascesa si risolvono poi in pochi attimi di piacevole volo?
Un pensiero si perde nel vento.
Tutta la mia vite è così: trascinare un peso sullo stomaco che non so spiegare a nessuno, fino a quando mi tengon le forze, fino allo stremo.
Poi sta a chi cammina con me decidere se lasciarmi indietro o dividere il peso e arrivare insieme alla meta.
Il gesto nobile del ciclista, nella vita, somiglia a un miracolo.
   
GinocchiaAPunta
martedì, 26 maggio 2009, ore 00:40

L'afa mi ruba il sonno dalla bocca spalancata in una sorta di sbadiglio. Non basta la scusa della stanchezza per chiudere gli occhi, stasera.
Mi aspetta, al varco della porta, una notte senza pace, senza alcuna concessione. La riconosco dall'odore ferroso dell'aria, dal vuoto di stelle.
Carico l'archibugio di improbabili giustificazioni. Una salva di avvertimento, come a prendere tempo.
E poi si va.
Amo le notti così.
In cui ho solo da litigare con me fino all'alba.
  
GinocchiaAPunta
mercoledì, 13 maggio 2009, ore 16:11

Fuori casa.
La sera mi chiama a stare fuori. È una voce che sento nell'aria, che gioca a nascondersi tra i pollini bianchi che infestano il cielo.
Le pareti, dentro, sembrano essersi fatte più anguste. Dopo averci masticato per tutto l'inverno ora ci sputano fuori, sul ballatoio. Tutti quanti. I più piccoli giocano giochi che non capisco, si vergognano e fuggono. Fanno strane danze, invece, le bambine di Costanza: tre passi avanti e un inchino, una giravolta e poi ridono come matte. Donne di generazioni e continenti diversi intrecciano fili del bucato e pettegolezzi. Gli uomini fumano e non danno confidenza, se non quando c'è da prestarsi a vicenda la chiave a pappagallo per aggiustare il lavandino. Ce n'è una sola che gira per tutto il palazzo e non si sa più di chi sia.
L'aria è densa del profumo delle cucine. Il gatto samania curioso.
Allora si aspetta che il sole si infili in via Pomba e vada a dormire appena sopra il cinema Nazionale -pare abiti proprio lì a giudicare da come ci si tuffa ogni sera- per uscire poi in maniche di camicia, lungo vie dritte in cui è facile camminare senza mai perdersi.
Si cerca l'aria delle piazze, il movimento guizzante della gente, da seguire con la coda dell'occhio.
Ci si fa pesce.
E come pesce si nuota controcorrente nel flusso delle parole. Distrattamente ci si lascia andare a fondo, come a inseguire un pensiero bianco di seppia, che balugina di lontano. Come a insegure la propria natura selace.

Voi mi vedete. E io non sono qui.
Sto immerso nel fondo.
   
GinocchiaAPunta
martedì, 05 maggio 2009, ore 13:15

- E tu, tu cosa desideri adesso?
- Io?
- Tu...
- Io solo scomparire.
- Una cosa semplice...
- Far perdere le mie tracce. Ricominciare, altrove. Essere me, finalmente.



GinocchiaAPunta