mercoledì, 04 novembre 2009, ore 23:01
Aprì il frutto con un gesto secco delle dita, cavandone via il picciolo verde oliva come aveva visto fare migliaia di volte, in novembre, da centinaia di mani. Era uno strappo leggero della carne che lasciava un piccolo foro circolare laddove prima c'era una rosa di foglie dure.
Il frutto, con il ventre spaccato, giaceva riverso su un piatto di ceramica bianca, un cucchiaino riposava proprio lì accanto, sul tavolo nudo.
Si ricordò allora, nel brillare dell'acciaio, di tutte le volte che qualcuno aveva tentato di insegnargli a mangiare i cachi: il cucchiaino che affondava nella polpa e la strappava per portarla alla bocca o il coltello che ne faceva spicchi dalla geometria esatta. Ma non era mai riuscito a imparare a non sporcarsi la punta del naso quando si perdeva in quel piacere dolciastro.
Allora rise, pensando a tutti gli insulti presi per le camice macchiate, e raccolse il frutto nel palmo. Lo soppesò con attenzione quasi eccessiva. Era molle e profumava di brina, arancione che occupava l'intero spazio degli occhi. Infine lo portò alle labbra e cominciò a succhiarlo.
Lentamente, le dita e il muso si tinsero di una viscida patina chiara mentre del frutto rimaneva solo la pellecchia svuotata e due semi sputati con stizza sul tavolo.
Quando le porse le dita da leccare, lei sorrise sgranando gli occhi di voglia.
Essere rimasto selvatico era la sola cosa buona che avesse mai fatto nella vita.
GinocchiaAPunta