venerdì, 30 gennaio 2009, ore 15:51

Sono i giorni della merla, questi, da armarsi di sciarpa fino ai denti, cappello ben calcato sulla fronte e guanti senza dita per fumare. Anche se potrebbero essere al massimo i giorni dell ciuffolotto, visto il cielo azzurro e il tepore vago sulle spalle quando si esce all'una e mezza per pranzare. Una cosa piccola, ma di bella voce.
Il freddo non è fuori.
È un cosa che si sente dentro, la mattina.
La faccia, prima di prendere acqua, dice allo specchio la verità. Una verità che suona come una resa. "Non sono strutturato in modo da poter reggere per molto tempo ancora" verrebbe da cantare, se non ci fosse il sapone al mughetto per stuccare l'espressione crucciata, la crostata di marmellata di fragole a colazione e la consapevolezza di una fortuna non da poco.
Il difficile sta proprio nell'amaro del caffé: la coscienza limpida di uno stato di grazia e un buco nero in petto che succhia via ogni serenità. Come fossì un alchimista al contrario, capace di trasformare in malinconia tutta la gioia che tocca.
L'esercizio, anche questo, me lo insegnò la vecchia mentre le reggevo la matassa in silenzio: "pensa male che bene te ne viene!", diceva.
Così, gomitolo dopo gomitolo, mi levava di dosso la maledizione di essere come mio nonno: il peggiore. Sette mogli e una quantità indicibile di puttane, debiti di gioco e guida senza patente, contrabbando e troppa allegria per questo mondo. 
L'aria da canaglia me la lavarono via a suon di "Stai diventando proprio come quello là!" gridati con disprezzo ogni qual volta ne combinavo una, ogni volta che l'aria di festa mi prendeva le viscere o escogitavo un tiro mancino.
Perché la mia è malinconia mitocondriale, mi arriva dritta in dono dalle femmine. Matrilineare come la patologica golosità.
Allora, adesso, ciò che mi preme è solamente emanciparmi di questa genetica indecente e fare esercizio di felicità.
Alla facciazza tua!

Qualcosa di semplice per iniziare, come pensare sorridendo a tutto quello che mi fa stare bene (neru docet):

il gatto arturo che si rotola come un cinghiale sul letto per invitarmi a fargli due carezze
mani piccole e lisce che armeggiano tra i capelli
il sapore delle arance vaniglia
spogliarmi per strada per convincerla a far pace
il primo profumo di primavera che si sente in inverno
poltrire in maniera indegna
il triangolo di pelle perfetta che sta tra ascella, clavicola e seno
il gusto del tabacco
leggere i libri degli altri
ridere
le femmine coi sandali
preparare le pere madernassa con vino, cannella e chiodi di garofano
mangiare le pere madernassa (con vino, cannella e chiodi di garofano) con le mani
andare al cinema da solo
camminare scalzo

E poi altre, ma direi che per oggi può bastare.
Forse, questo sabato, lo salvo.
      

GinocchiaAPunta
giovedì, 29 gennaio 2009, ore 19:23

Come mi ha insegnato il mio telecronista preferito:

Sinusite batte Ginocchia 4 a 2. 

Gol di Danny "Stordimento" Mellow e tripletta di Mark "Headache" Lenders. Accorciano le distanze Tom "Fluimucil" Becker e Philip "Zitromax" Callaghan.
    
GinocchiaAPunta
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categoria : ioodio
mercoledì, 28 gennaio 2009, ore 16:09

Mi sento come quelli che, ormai avvezzi al rollio della nave, cominciano a vomitare appena posato un piede sulla terraferma.
L'immobilità della banchina mi disorienta, come questa nuova stabilità che mi stravolge gli equilibri precari dell'orecchio interno.
Labirintite morale, si direbbe guardandomi.
Come se non fossi più in grado di stare in piedi se la terra non trema sotto, se non c'è fango su cui scivolare o un dolore con cui misurarsi. Ho camminato di traverso per troppo tempo per riuscire a godere a lungo di questa nuova stabilità.
E sapere che non è giusto non gioire non serve ad ammaestrare l'indole ormai precaria.
Distruggere tutto e salire nuovamente a bordo è una tentazione a cui vorrei sapere rinunciare.
   
GinocchiaAPunta
martedì, 27 gennaio 2009, ore 18:52

Nell’universale amnistia morale concessa da molto tempo agli assassini, i deporati, i fucilati, i massacrati hanno soltanto noi che pensiamo a loro. Se cessassimo di farlo, finiremmo di sterminarli, ed essi sarebbero annientati definitivamente. I morti dipendono interamente dalla nostra fedeltà.
Questo è proprio del passato: il passato ha bisogno che lo si aiuti, che lo si ricordi agli smemorati, ai frivoli e agli indifferenti, che le nostre celebrazioni lo salvino continuamente dal nulla, o almeno ritardino il non essere al quale è votato; il passato ha bisogno della nostra memoria.
È il passato che reclama la nostra pietà e la nostra gratitudine: perché il passato non si difende da solo come si difendono il presente e il futuro, e la gioventù chiede di conoscerlo, e sospetta che le nascondiamo qualcosa.

Vladimir Jankélévitch
GinocchiaAPunta
venerdì, 23 gennaio 2009, ore 18:42

- Non ho ancora capito se questo tuo assurdo modo di fantasticare la realtà sia il tuo peggior difetto o il più bel talento che possiedi...
- Neanche io, mon cher, neanche io...
- ...
- Ma perché, io fantastico la realtà?
        
GinocchiaAPunta
giovedì, 22 gennaio 2009, ore 16:14

Ho dovuto leggere questo per comprendere meglio questa tristezza.
Per imparare che tutto ciò che continuo a dare per scontato
[la Cricca d'estate, il Caffé Liber ogni qual volta nella notte, il Basaglia e molti altri; così come tutta un'infanzia trascorsa tra Gabrio, Da Giau, Lega dei Furiosi e mille altri posti visti anche una sola volta], scontato non è per nulla.
La mia città vive e talvolta, di notte, riesco a sentirla respirare anche solo poggiando l'orecchio sul pavimento. Ha un bel suono questo pulsare.
L'invito è d'obbligo: perché non venite qui?
  
GinocchiaAPunta
mercoledì, 21 gennaio 2009, ore 15:12

Dottoressa E: e qui ti fa male?
Ginocchia: ahia!
Dottoressa E: ma se non ti ho neanche toccato...
Ginocchia: si vede che è bastato lo spostamento d'aria...
Dottoressa E: e qui? Ti fa male qui?
Ginocchia: ahia!
Dottoressa E: e qui?
Ginocchia: ahia!
Dottoressa E: e qu...
Ginocchia: ok, dottoré, basta! Mi fa male un po' dappertutto!
Dottoressa E: direi che hai una bella...
Ginocchia: sto morendo, vero?
Dottoressa E: sinusite! 
Ginocchia: e quanto tempo mi rimane?
Dottoressa E: un paio d'anni che...
Ginocchia: solo due anni?
Dottoressa E: [pigiando con due dita sui seni paranasali come solo Ken Shiro] dicevo, un paio d'anni che non ti si vede, ma sei sempre minchione uguale!
Ginocchia: ahia!    
GinocchiaAPunta
lunedì, 19 gennaio 2009, ore 19:17

È che sto bene.
E questa cosa mi disorienta e meraviglia insieme.
La diffidenza imparata dalla nonna mi impone una certa noncuranza, come si trattasse solo di una tregua. Perché dalla vecchia ho imparato soltanto cose vere, che mi tornano in mente come a caso quando penso alla sua faccia larga di rospo: la camomilla va colta il giorno di Santa Rita, se vogliono aiutare i nervi deboli; per aggiustar la pancia ci vuole il nocino di ventitre noci prese alla vigilia di San Giovanni.
Ecco, facciamo che me la godo a bassa voce.
Che altro, per adesso, non ricordo.
 
GinocchiaAPunta
venerdì, 16 gennaio 2009, ore 13:37

Ci son certi giorni che a vivere mi diverto un sacco, contrappeso necessario dei molti in cui mi girano i coglioni.
E ci sono certe sere soprattutto, di aria gelata e cielo limpido; ché il cielo d'inverno, si sa, è molto più bello. Anche solo per un semplice fatto di costellazioni: le tre belle d'estate sono appena passabili in confronto a orione e i suoi cani.
E poi c'è piazza Bodoni che è un'unica, immensa lastra di ghiaccio su cui la gente scivola e pattina e cade.
E ci sono io che torno a casa di notte conciato come se stessi per partire per mare con una nave rompighiaccio. La gente mi guarda strano e,
a mezza voce, mi chiama nostromo.
Intanto, un pulmino che pare quello della famiglia Bradford pattina disperatamente nel suo parcheggio. Le ruote girano nel nulla, il gasolio odora di buono, fa nera la neve e riempie la strada di fumo.
D'istinto picchio due colpi sulla ruggine del portellone, come a dire "occhio, che ci sono io qua dietro!", e comincio a spingere.
Balla un poco di lato, ma nulla di più.
Dal pulmino scendono in due: una ragazzina alta come una palla di neve e un ragazzetto riccio e scuro. Il pilota rimane sconsolato al volante, a dire un disperato "ma no!" col finestrino abbassato.
Allora è un attimo. 
Ci si mette a ridere e a chiaccherare. Si rompe il ghiaccio da sotto le ruote con la punta mozza di un ombrellone, si infilano cartoni vuoti di pizza sotto le gomme, si spinge. E siamo già diventati cinque.
Uno sparuto crocchio di gente ci guarda perplesso e sorride. Hanno mani troppo belle che non vanno consumate per fare, ma rifugiate nel fondo asettico delle tasche.
Provvidenziale, poi, l'arrivo di un signore coi baffi. Dev'essere un musicista per come detta il tempo dello sforzo.
Una. Due. Tre spinte ancora e la bestia è di nuovo per strada.
Il resto è stato salutarsi da vecchi amici e colpi di clacson come ai mondiali.
È che a me, le minchiate, mi fanno impazzire.   
   
GinocchiaAPunta
giovedì, 15 gennaio 2009, ore 19:34

Questo strano benessere da raffreddamento non mi convince...
Il male fisico è stranamente compensato da un inatteso rilascio di endorfine. Pensieri lucidi, lieve allegrezza, piacevole ottundimento. Voglia di dire, fare, baciare.
Oddio. Che una di quelle creature verdi che vivono dentro il mio naso abbia preso il controllo di me? Che un brain slug con l'indole da massaia abbia fatto un salto nel vuoto del cervello per impossessarsi dei miei neuroni e mettervi ordine? 
Già me lo vedo dal ponte di comando dell'ipotalamo: "Via quelle minchate da lì! E fate fuori pure le paturnie. Sù con quei fasci, li voglio belli dritti. Più sinapsi per tutti. Andiamo! Che per superare la crisi bisogna spenderla, quella serotonina!"...
Credo che andrò a farmi di suffumigi. La resistenza inizia con i fumogeni.   
 
GinocchiaAPunta