Nome: Ginocchia A Punta "Io ero, quell'inverno, in preda ad astratti furori"..
Null'altro, fuorché questo perdersi e voler tornare..
Una specie di rabbia e denti digrignati..
L'istinto del sorriso e la mano sempre tesa..
mail me
ginocchiaapunta@gmail.com
odi et amo
Odio - le ginocchia tonde.. e un sacco di altre cose! Ahimé, devo ammettere che odio!!
Amo - le ginocchia quadrate.. e, dannazione!! troppe, troppe cose..
La mia musica - on air: Nick Cave; podcast: the Cure, Pink Floyd, Afterhours, Ryuichi Sakamoto
I miei libri - sul comodino, sempre: 'Conversazione in Sicilia' di Elio Vittorini, 'Lavorare stanca' di Cesare Pavese, 'Tokyo blues - Norvegian wood' di Haruki Murakami.
M'hanno appena rubato l'Ombrina, fai un po' te!
Che poi mi chiedo, ma che cazzo se ne fanno di una bici con la forcella talmente piegata che la ruota anteriore sta incastrata sul tubo diagonale che nemmanco si può pedalare? E che non frena...
Sverniciata, sporca e con i cerchi arrugginiti. Con la metà dei raggi che servono e il movimento centrale sbilenco.
Io la volevo rimettere a nuovo per primavera, ma solo per amore, mica perchè avrebbe avuto un senso.
Comunque.
Che finisca presto quest'anno qua, 'fanculo!
Il treno traballa leggermente, rallentando l'ingresso in una curva che apre lo sguardo a colline sconosciute, terra che si offre immacolata e nuda.
Il vetro riflette l'immagine crucciata della ragazzina che ho di fronte.
Non temere, - vorrei dirle - si vede nello sguardo lontano che sei l'arbusto di una donna bella. E questi brufoli che tenti di coprire con un lembo di sciarpa tra le labbra saranno presto lontani, come la malagrazia dei gesti incontrollati. Ti rimarranno i denti esatti che ti rendono bello il sorriso, gli occhi dorati dal taglio acuto, i capelli mossi a crocchio che accompagnano come una nuvola il tuo guardare.
Lo sciocco che ti siede accanto, e che ti rende triste di disattenzioni, avrà il tempo di pentirsi. Germoglia già in lui quell'assenza di controllo dello spazio che da sempre fa dannare molti uomini. Le energie che spreca oggi per la tua vivace amica non le avrà più quando la timidezza lo coglierà come una peste.
Lo intuisce anche l'anziana signora seduta accanto a te, mentre ti sorride e tenta di proteggerti con il giornale della sera dagli spifferi del condizionatore e di una tristezza che non meriti.
Se solo potessi intuire quel che sarà.
Intanto, fuori, un istante di fulgida bellezza mi fa pensare che potrei anche morire. Uno spegnersi inatteso, come un regalo senza festa.
E non sarebbe brutto tra queste colline aspre di terra gelata.
Poi mi volto e sorrido dei pensieri di morte che mi rendono i giorni amari.
Canto a memoria tutti i miei errori, mentre mi abbaglia la consapevolezza che intuire cosa è giusto non serve a non sbagliare.
Il treno accellera in un singhiozzo di traversine e le colline si fanno case.
S'ha da star vivi. E cauti.
La stazione mi rigurgita nel vuoto del mondo che ormai è notte. Nessuno più cammina lungo queste strade di nulla, solo io barcollo di un bagaglio senza ruote.
Alzo gli occhi al cielo nero.
Cadono i primi fiocchi di neve inaspettati, come a dirmi che sono a casa.
E non riesco a non ridere forte della parola gelata sussuratami all'orecchio dal mondo. Solo per me. Non riesco a non ridere forte di meraviglia.
E poi, piano, tutto si fa pioggia.
Cara Valentina il tempo non fa il suo dovere
E a volte peggiora le cose
Credimi pensavo davvero di avere superato il momento difficile
Ed ancora adesso non mi è chiaro lo sbaglio che ho fatto
Se il vero sbaglio è stato il mio
Perché dai miei trent'anni ti aspettavi un uomo col senso del dovere
[...]
E cara Valentina che fatica innaturale perdonare a me stesso
Di essere io di essere fatto così male
[...] Per esempio non è vero
che poi mi dilungo spesso su un solo argomento... (ad libitum)
Max Gazzé - Cara Valentina (1998)
[E per Natale mi sto regalando proprio quei baffi lì. Ché sono un sacco buffi. Così rido tanto quando passo davanti allo specchio.]
La rabbia esplode con una serie puntuale di maledizioni e un vago senso di nausea.
Lo schifo preme la bocca dello stomaco, ma non ho che bestemmie da vomitare.
Adelina si segna e mi guarda perplessa. Le mie ragioni le conosce -e forse sono anche le sue-, diverso solo il modo di esprimerle. Credo sia questa la ragione per cui non ci vediamo mai.
È che io non riesco a capire. E quindi non riesco ad accettare.
Pietà è lasciare la gente morire in pace. O vivere, chi lo desidera. Non pontificare da un balcone con un ermellino sulla testa o minacciare a vanvera da un'aula del senato. Facile far chiacchere quando si sta sani e salvi. Facile fare dio quando di croci non se n'è vista neanche l'ombra.
Vergognoso il tentativo di ieri di spostare il peso dell'opinione pubblica con notizie dubbie e vecchie di quasi un paio d'anni. Dovrebbe vergognarsi chi ha scritto e chi ha lasciato pubblicare.
La fantaneurologia non esiste ancora.
Quell'intervento ha regalato la stessa vita che Galvani alle sue rane.
[Dividere spazio e giornate con dei neurologi ogni tanto serve a qualcosa. Non a essere meno ripetitivi, forse. Ma scusatemi, vi prego, ci sono poche cose che mi interessano: libri e film, la bicicletta, un po' la figa, e che mi si faccia fare come voglio quando sarà tampo.]
La nemesi del gatto Arturo è Rita, la gallina di gomma.
Una sfida continua di graffi, miagolii, balzi e zompi. Orrendi sfiati di gomma (tipo fssssh) e schianti (tipo sgniéc).
Ritirate tattiche, infine, a pelo irto sotto la sedia.
Ma Arturo ha occhi grandi e gialli. Che usa come arma di distruzione pennuti: mi balza sulla pancia, fa due fusa, mi tira verso la bestia assassina e con lo sguardo mi dice: "pensaci tu!" mentre si sdraia a godersi lo spettacolo.
Io e Arturo abbiamo qualcosa in comune. Anche la mia nemesi è un vecchio pollo che mi tocca talvolta chiamare capo.
Aspetto speranzoso l'arrivo del gatto sterminatore.
La mano aperta controluce, come a riparare lo sguardo distratto, mostra una sottile membrana a unire le nocche. Come un merletto di pelle diafana e squame grigiastre. Ai lati del collo si sono aperte quattro fessure profonde, rosse quando butto dentro vapore d'acqua.
Sbancherei nel ghiaccio di Porta Palazzo.
Di aria non ce n'è più. Appena un po' d'ossigeno perso nella pioggia vaporizzata.
Un opercolo bianco tiene il ritmo del fiato.
La pelle dei piedi ha solchi bianchi da cui spuntano squame ordinate che salgono fin quasi al ginocchio.
Un'introflessione del gozzo serba l'aria che mi farà galleggiare quando tutto sarà coperto dal fango.
Se non smette di piovere, presto mi trasformerò in un pesce.
Una murena magari, che mi somiglia nel veleno del morso. O una tracina all'ombra del piede incauto.
Magari diventerò seppia, col tempo, per nascondermi dietro nuvole nere come dietro parole.
Ché diventare pesce è ciò che sogno da sempre. Un tonno o uno spada o anche solo un cefalo di porto.
Come Adelina, bambina, sognava di essere una gallina. Sorelladue un somarello. Io acciuga.
Il pensiero, negli anni, è rimasto animale.
Ma ora basta pioggia, però.
Ho appena scoperto che Santa Lucia, la notte tra il dodici e il tredici dicembre, in qualche angolo d'Italia, porta regali ai bambini. Lei e il suo asino.
Da noi, quando c'era ancora nonna, si mangiava solo cuccì, la sera. Il piatto colmo di chicchi di grano e pochi ceci sparsi. Le carte per giocare a minichella sempre pronte nella tasca del grembiule di Adelina, come una colt a quaranta colpi.
Ma di regali, ahimè, neanche l'ombra.
Ieri, invece, ne ho ricevuto uno grande.
[E altri, prima, che non sapevo e di cui non si può parlare. Ché il non aver radici insegna a succhiare tradizioni come liquirizie e a mescolare carte come un baro.]
Beh, che dire se non grazie.
Sono stati giorni di studio forzato, questi ultimi troppi, passati fianco a fianco di due ceffi dalla barba lunga.
I libri coprivano il tavolo e insidiavano il divano. Appunti e schemi si moltiplicavano di notte, come presi da orgiastico calore, mentre il vuoto del sonno si riempiva di formule e parole.
Sulle pagine, i cerchi neri delle tazze di caffé.
Nella testa il vuoto.
Di Penne, però, ricorderò sempre il miglior caffé del centro-nord -come si gloria lui- preparato con cura maniacale in qualsiasi, improponibile momento. E, soprattutto, le sue lezioni di comunismo teorico che m'hanno innamorato, buttate come a caso in ogni pausa sigaretta.
E cazzo se fuma tanto.
Dell'Ingegnere, invece, come ha messo sul tavolo sapienza e metodo. E nel cesso due cagate asfittiche e risate, sul tavolo, da far mal la pancia.
Io, di mio, c'ho messo solo quattro mura e un frigo pieno, la voglia di cucinare due pasti al giorno e la capacità di scovare, tra i pomodori, il filo del discorso.
Non molto altro.
Se non il talento di inventare giochi geniali per i pochi momenti vuoti.
[Anche se, devo ammetterlo, ho avuto nostalgia dell'assistenza di Fukuda e gli anni d'oro passati a studiare, al posto di biochimicale, possibilità di una palla in un corridoio.]
Perdere tempo pare sia il mio meglio.
Penne: certo che voi a Torino c'avete un bel freddo.
Ginocchia: dai, non esagerare. È solo un freddo normale, da fine autunno.
Penne: ah, noi in Abruzzo un freddo così non ce l'abbiamo mica!
Ginocchia: minchia! Manco fossimo in Polonia...
Penne: [con smaccato accento pennese] perché, la Polonia sta più a nord di Torino?
Ginocchia: no, Torino è al limitare dei ghiacci eterni. Più a nord, un nulla di lande desolate.
Penne: [ridendo] ti faccio vedere su youtube pescara-milan?
Ginocchia: solo se poi io ti posso fare vedere Maspero che scava il dischetto di rigore...