giovedì, 30 ottobre 2008, ore 21:24

É ora.
La notte è scesa veloce ed è più nera che mai. Non bastano proclami e finti ripensamenti da palcoscenico, ritrattare la propria parola in diretta nazionale dà solo misura del nulla che vale.
Ma le parole hanno un significato. Che non cambia negandolo. Che non si compra come una vocale sulla ruota.
E le azioni pesano il doppio sotto l'egida criminale di certi vecchi che non hanno ancora imparato la saggezza. 
Allora, è finalmente giunto il momento.
Che le persone si stringano di nuovo insieme, come corpo unico, e smettano di essere gente, per tornare a essere vive. Per riscoprire la condivisione. Che aveva ragione quel tale con il naso lungo un palmo: la libertà è partecipazione.
É giunta l'ora di tornare ad appartenere all'umanità, a sentire quel filo che ci lega tutti quanti, come in tutti quanti scorre il sangue [cit. da Sammy, qui]. E come corpo unico ci si difenda, senza avere più paura.
É ora che si vivano i giorni come si vive l'amore, insieme.
Ché se oggi ci hanno rubato uno dei quattro diritti fondamentali, presto ce li riprenderemo tutti.  
 

GinocchiaAPunta
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categoria : ioodio
mercoledì, 29 ottobre 2008, ore 14:40

Wiipendenza.   
GinocchiaAPunta
lunedì, 27 ottobre 2008, ore 15:42

All'acido, prediligo l'amaro.   
GinocchiaAPunta
venerdì, 24 ottobre 2008, ore 16:07

Io stasera vado qua.
Per tanti motivi.
Per '
i tuoi capelli che sono fili scoperti che sono nastro isolante che sono fili scoperti', sopratutto.
E poi per sapere 'cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero'.
Ma anche perché chi apre il concerto alla batteria di un gruppo di squinternati megalomani -che ieri già manifestava chiari segni di ansia da prestazione come pressione bassa, sguardo smunto, scarsa sollecitudine al cazzeggio- sarà sicuramente felice di vedere le nostre facce abbarbiccate lassotto a fare il tifo.
Che poi si sa, i batteristi magri sono i più bravi (Police docet).

 


GinocchiaAPunta
giovedì, 23 ottobre 2008, ore 15:52

La macchina si muove veloce nel buio, una scheggia verde che striscia sulle note di Virgin radio.
Dentro si fanno parole che sono misura di quello che siamo.
- E questo è quanto.
- 'nnamobbene! 
- E quindi?
- Niente, solo che la gente dovrebbe ascoltare più Depeche Mode.
- Try walking in my shoes?
- Già.
E si fuma, rimasticando il gusto di vecchie parole nascoste negli anfratti della memoria. Un altro tempo, stesse notti passate a raccogliersi e fare il conto degli sbagli. Ridendo anche allora.

Il nero di una strada laterale ci inghiotte che siamo muti. Stretta tra i boschi di castagni si arrampica sul crinale in leggerezza.
Pedalata -in genere la si vola in bicicletta- sembra molto più breve che guidata. O forse è il buio a ingannare lo sguardo e il senso del tempo.
Un occhiata d'intesa e ci fermiamo nel mezzo di quattro curve. I fari spenti ci restituiscono cruda la notte. Velata e senza luna. Le stelle sono solo ipotesi estrapolata dal ricordo di un'estate al mare.
Fukuda scende lesto, vernice alla mano, e comincia a scrivere sull'asfalto.
Io scruto l'orizzonte, ascolto il silenzio degli alberi, fischio quando vedo dei fari avvicinarsi tra i tonchi e lo recupero al volo. Si finge di andare. E poi si tira la retromarcia per finire il lavoro.
É un regalo di compleanno da niente, questo.
Fatto di cuore a qualcuno che ha tutto. Tranne una persona che, quando spinge in salita, faccia il tifo per lui.
[E tutto, per Mr Dibs, è una Olmo in carbonio montata Campagnolo: "Perché dietro ogni bici che sale c'è l'ombra di una femmina che se ne è andata" - mi disse un giorno senza pensare.]
Allora ci siamo noi, per il poco che vale, a riempirti l'asfalto di scritte:

VAI MR DIBS,
P'DALA P'DALA CHE SU C'É PIENO DI FIGA,
AURO CULO,
e infine
AUGURI MR DIBS, RE DEL CARBUN.

Quel che resta della notte sono due birre in riva al lago, sei sigarette e il resoconto un po' truce delle dieci migliori scopate.
        
GinocchiaAPunta
mercoledì, 22 ottobre 2008, ore 17:17

A x. Per avermi sostenuto, secondo la natura delle ascisse, lungo l'asse che dà il verso delle cose.
A y.
Per il talento di sapermi sollevare, sorridendo, dal meno infinto verso cui talvolta tendo. Per non avermi mai fatto smettere di ridere un istante, anche quando stavo sotto l'origine del piano.        
GinocchiaAPunta
martedì, 21 ottobre 2008, ore 18:40

La sindrome del defroqué.           
GinocchiaAPunta
lunedì, 20 ottobre 2008, ore 19:08

Lo spettacolo della sera sono uno stormo enorme di uccelli appollaiati in cima a una gru, come un filo aggrovigliato di perle nere. Qualcuno saltella da un braccio all'altro in silenzio, aspettando il tuffo nel vuoto di un temerario per poi gettarsi lesto all'inseguimento, sfidando il grigio dell'aria. Un gruppetto sparuto che si fa prima stormo sfilacciato e poi nuvola nera che, come un respiro, si espande nel cielo.
Che come un sospiro mi fa sognare di andare.
- Che sono? - mi grida la bionda del piano di sotto.
- Saranno storni - rispondo.
- Non sono corvi, vero?
- No, non è quel film lì.
Intorno, molti guardano il cielo rapiti. Qualcuno fuma qualche pensiero leggero.
Il bello delle case di ringhiera è che si va al cinema insieme. Oggi davano Gli uccelli.


GinocchiaAPunta
giovedì, 16 ottobre 2008, ore 14:59

La pace, io la trovo solo quando affetto le verdure. Il ritmo del coltello sul legno del tagliere, la resistenza liquida delle fibre, il profumo che sale dalle cipolle fino agli occhi mi commuove. I colori sono un sapore che gioca sul palato: viola melanzana, rosso peperone, pomodori verdi come le zucchine.
Sul filo della lama trovo una quiete che non ho.


[Ecco, se imparassi anche a cucinare decentemente, saprei almeno cosa farne di questa montagna vegetale che quotidianamente affetto.]                       
GinocchiaAPunta
giovedì, 16 ottobre 2008, ore 00:06

La sconfitta è un punto bianco che si espande in risonanza. Un nulla che ricomincia a crescere quando meno te lo aspetti.
- Numero Uno è andato in progressione - mi annuncia un medico tranquillo.
- Non è possibile, con quel nome lì non può mollare -  gli rispondo senza pensare, mentre mi appresto
sospirando a svolgere tutte le beghe di uscita dal Trial.
A poco vale l'avere superato di due anni la mediana di sopravvivenza. Si può perdere anche fuori tempo massimo. A poco serve la speranza. La voglia. La fame.
E a poco vale tutto questo lavoro che mi sfianca. Che mi schianta. Tutto questo contare, nella speranza di indovinare la combinazione
giusta che apra la strada a un mese in più di vita a Karnofsky 100.
Ci sono giorni che non si regge. Di perdere sempre.
Io non. Non ho corazze bianche a forma di camice -non sono medico, nessuno mi ha insegnato a difendermi dall'altrui dolore.
C'è mio padre in ogni paziente che incrocio di striscio nei corridoi. Mio padre in ogni persona che vedo vacillare. In ogni storia che ascolto.
E ci sono io. Che ho perso il giorno in cui, avvolto in sette strati di coperte, ho pensato per la prima volta che quanto accade agli altri è come se accadesse a me. Per una sorta di violenza della proprieta transitiva che oggi chiamerei empatia. Allora, ed erano poco meno di trent'anni fa, terrorizzato dall'idea dei sotterranei di Pietro Micca estesi fin sotto il mio pallido culo, fu facile dimostrarmi che 'Io ero gli Altri'.
Ora, che non ne sono più capace, quest'ostinata sensazione di comunione non ne vuole sapere di lasciarmi.


[E ogni tanto penso che dovrei cambiar lavoro e andare a coglier margherite per prati.]                  
GinocchiaAPunta