martedì, 30 settembre 2008, ore 16:25
Il dubbio che il mondo sia qualcosa che si sta rompendo anima questi miei giorni d'inizio autunno. Le parole suonano come una crepa che si allarga: ovunque si discute di crack e salvataggi, di crolli, caduta libera e ineluttabile tonfo.
L'odore del fango in cui stiamo piombando lo sento da qua.
Lo vedo riflesso negli occhi preoccupati della gente, nella cupa disperazione di certe parole affogate: ho sentito Adelina gridare -e lo stupore mi ha folgorato- parole arrabbiate che sono sembrate enormi e violente su quegli occhi miti di vecchia! E poi subito pentirsi e sgranare il rosario.
Anche la mia voce s'è fatta più cupa, come il futuro. E Dio non mi tiene le briglie.
Cambiare non può più essere un sogno.
S'è fatta necessità.
GinocchiaAPunta
lunedì, 29 settembre 2008, ore 15:44
Un concetto inesprimibile.
GinocchiaAPunta
giovedì, 25 settembre 2008, ore 16:56
La voce la riconosco immediatamente.
Anche se tace. Anche se si nasconde dietro la vibrazione metallica di un telefono.
Una voce di lentiggini sul naso e di idee per la testa quante le efelidi sulle spalle.
Le parole arrivano lente. Non c'è un dunque, non c'è un discorso da fare che renda il timbro incerto un po' più sicuro.
- Ma tu mi vuoi bene?
- Secondo te?
A volte basta solo il parlarsi, perché la voce è un filo di Arianna teso all'indietro nel tempo.
Parlare è non perdersi.
E sono vent'anni che non ci perdiamo. Nonostante il dolore di certi acciacchi dell'anima. E l'amore di traverso che fu anche peggio dell'odio.
Non ci perdiamo. Perché conosco a memoria i riflessi mogano del suo rosso e la curva mutata del mento che tutto perdona di me. Anche il male peggiore che ho fatto.
A volte ci sono persone così lontane da farti sentire a casa.
GinocchiaAPunta
mercoledì, 24 settembre 2008, ore 15:53
E andando avanti scoprire che stiamo predipitando all'indietro.
L'IPOTESI DI CALAMANDREI
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congressodell'Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l'11 febbraio 1950.
Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuoi fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuoi istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.
Pubblicato nella rivista Scuola Democratica, 20 marzo 1950.
GinocchiaAPunta
martedì, 23 settembre 2008, ore 16:26
Mi curo solo di cadere piano.
GinocchiaAPunta
lunedì, 22 settembre 2008, ore 15:33
Amo i libri.
Usati e con la costa consunta, che si vedano crepe profonde di apertura. Corteccia di carta. Circolo venoso di parole. Amo i libri segnati a matita di lato, sottolineati con l'irruenza di un sentimento che non si tiene nella testa. Amo le pagine gualcite di lettura. Stanche. Sfatte.
Amo chi mi presta libri amati. Volumi che portano sulla pelle di carta i segni di una passione: angoli piegati da un gesto maldestro, incapaci di star chiusi. Invitanti come cosce in cui infilarsi.
Inevitabilmente amo chi mi regala brandelli di vita da tenere stretti tra le dita.
Perché i libri sono femmine, molto più affascinanti se vissute.
La verginità è una qualità che non mi seduce.
[E chi tiene libri come pezzi da museo, somiglia più a un carceriere che a un amante]
GinocchiaAPunta
giovedì, 18 settembre 2008, ore 17:38
Fukuda: ...
Ginocchia: mpfh...
Fukuda: già...
Ginocchia: la vita non è una roba allegra, almeno non oggi...
GinocchiaAPunta
mercoledì, 17 settembre 2008, ore 16:33
Si parte in quattro. Una fila indiana di giacche antivento -ché l'aria s'è già fatta fredda e i refoli affondano i denti nella carne nuda- e bolidi di allumino, carbonio, acciaio. Io chiudo la fila chino sul mio telaio verde speranza.
Il ritmo giusto sui pedali lo trovo con fatica. L'asma molesta i polmoni e l'umore: basta un camion avanti per sentire l'albero dei bronchi rattrappirsi come d'autunno.
Ma si va, e la città finisce presto.
La campagna si apre in salita, dove arranco a ogni accenno di curva. Mi supera facile un gruppetto dall'aria allenata e due ragazzini secchi secchi, che paiono non sentire pendenza. Il quarto dei nostri si aggancia al treno e parte. Fukuda e Mr 'Polpaccio' Dibbens mi aspettano in cima, arrivo e si infilano dietro la scia di una discesa tirata oltre i sessanta. Scendere è facile, basta la scelleratezza di un tempo e non guardare il tachimetro. E sentirsi, negli occhi che lacrimano per il freddo, nel gocciolare impudente del naso, liberi come a sedici anni, come sedici anni fa.
Quando arriviamo al casotto del latte crudo un telefono squilla: il fuggitivo si è perso e non sa tornare.
Lo sfanculiamo un po' mentre beviamo e sgranchiamo le schiene.
Tre cani randagi si fermanoa giocare con noi.
Il resto è solo tornar verso casa.
GinocchiaAPunta
martedì, 16 settembre 2008, ore 12:12
Ginocchia: [rabbioso] e comunque io lo trovo insopportabile, quel crucco! È sconcertante che la meni ancora con divorziati e sacramenti e tutte quelle balle lì. Con i problemi che ci sono al mondo! [Vi prego di notare la fine analisi socio-teologica!]
Adelina: ma se a Parigi c'erano anche quei due, come si chiamano già?
Ginocchia: ma di chi parli?
Adelina: di quelli lì famosi, Cosìcosà e sua moglie Bruna.
Ginocchia: chi?
Adelina: Cosìcosà e sua moglie Bruna!
Ginocchia: ma chi sono? amici tuoi?
Adelina: [sospirando] ma no, il presidente francese e la nuova moglie.
Ginocchia: [allibito] intendi dire Sarkozy e Carla Bruni, forse?
Adelina: eh, quelli!
GinocchiaAPunta
lunedì, 15 settembre 2008, ore 15:16
GinocchiaAPunta