venerdì, 30 novembre 2007, ore 12:59
Immaginate un cantautore di strada irlandese, chitarra sfasciata e peli rossi arruffati sulla testa. E una pianista cecoslovacca delicata e curiosa. Immaginate un'aspirapolvere trascinata come un labrador blu e il fondo di un bus riempito di accordi duri, tirati sulle corde grasse di un'acustica. Ascoltate le risate.
Provate ad immaginare poi la musica, il calore del lavoro condiviso, sentimenti che si fanno parola e suono.
Poi smettete. Che sennò vi raccontate un film che uscirà anche in sala, a breve.
Più di tutto ho invidiato il non avere il talento della musica.
Più forte, ho sognato di mettere su una band che fa solo parole, di notte.
GinocchiaAPunta
giovedì, 29 novembre 2007, ore 12:55
Ginocchia: visto che film che ti ho scelto a naso? non sono una figata?
Fukuda: certo, belli!
Ginocchia: no, dico sul serio, ma ti sono piaciuti?
Fukuda: in che senso, scusa?
Ginocchia: nel senso che atté, cosa cazzo ti piace? che mica si capisce..
Fukuda: ammé, mi piace tutto quello che è arte, decadenza ed anarchia..
Ginocchia: e l'amore?
Fukuda: no, l'amore mi fa solo incazzare!!
Ginocchia: [tra i denti, ridendo] mpfh..
GinocchiaAPunta
mercoledì, 28 novembre 2007, ore 15:28
Lei non ha un nome. È solo un sorriso splendido che attende in piedi sul bordo della banchina. Uno di quei sorrisi tutti fatti di malcelato imbarazzo, mascalzonaggine e tenerezza. Sta lì ad aspettare, nelle mani una busta di carta con dentro una tazza di caffè caldo, dei dolcetti coreani, il nuovo numero della rivista "Lo stagno".
Appena arriva il treno della metropolitana bussa sul vetro del macchinista e glielo porge. Lui non ha neanche il tempo di ringraziarla che deve già ripartire. Giusto un istante per chederle il nome. E come fa a conoscere a menadito i suoi turni ballerini, da mesi ormai.
Lei risponde con un passo fermo all'indietro. Ed il sorriso.
Il treno riparte con una sorta di sibilo doloroso del metallo.
Lei, che non ha nome, si avvia zoppicando verso il buio della galleria.
E non dirò altro per non svelare. Solo che non è la protagonista del film, ma una fugace apparizione.
Lei, che non ha nome, meriterebbe un film tutto suo.
GinocchiaAPunta
martedì, 27 novembre 2007, ore 12:39
Ci sono film in cui s'inciampa quasi per caso. Storie che non sai in lingue che non conosci.
Neve, freddo, tende da doccia, ragazzine senza tette, teste rotte negli ingranaggi del pensiero. Bambini, cani, bambini-cane.
L'immaginato scivola sulla realtà di ghiaccio crudo -non c'è mai via di fuga, neanche con la fantasia- tagliente al risveglio.
Vite frammentate, raccontate in frammeti caleidoscopici di schermo.
[Dannato splitscreen! E fantastico anche, nell'evocare l'anima spezzata e ritorta di Tracey! Solo che avrebbero dovuto dare topiramato per tutti all'ingresso dell'Ambrosio 1.]
O forse ci sono solo storie che devi ascoltare per forza, come un destino, una necessità. Come un richiamo di vite che non stanno nell'intero.
Intanto, per stasera, ho scelto di nuovo a istinto.
Vi dirò, magari, domani.
GinocchiaAPunta
lunedì, 26 novembre 2007, ore 16:11
Oggi mi girano le palle.
E non c'è modo migliore di questo per descrive la sensazione vorticosa di rabbia ferina. Girano talmente che mi si sono anche torti gli intestini. Voltato lo stomaco. Ho storto il muso in una smorfia. Digrignato i denti. Sbuffato.
Per lo spostamento d'aria, la nebbia dell'alba s'è alzata, hanno danzato le foglie rosse dei faggi. L'anticiclone delle Azzorre, sedotto da un giro di valzer tra i tigli, ha lasciato rotolare uno spicchio di sole fin qui. Erano giorni che non se ne vedeva. Ho perfino aperto un poco il giaccone, passeggiando tra gli angoli retti di casa.
Mi son perso anche qui che conosco le vie, come nei giorni scorsi mi sono perduto in una città a forma di ameba. Digitata e fagocitante. Fatta di angoli belli che mi hanno insegnato a vedere.
Mi sono perso anche tornando, come un vizio, da Milano a Torino attraverso Varese.
Non faccio altro che girare, in fondo.
Anch'io tutt'intero.
GinocchiaAPunta
venerdì, 23 novembre 2007, ore 16:13
La pasta con le sarde, nella sua segretissima variante villarosana -ricetta tramandata oralmente sbagliata di madre in figlio- è un tripudio di sapori in contromano. Sarde, finocchietto, pinoli, uva passa, mollica.
Sui fuochi, l'acqua troppo dura non vuole cominciare a bollire e io sbuffo al suo posto, impaziente. Il sugo si stringe lento. Nella padella grande, i finocchietti buttano fuori acqua da lasciare evaporare.
L'improvviso tocco di nocche sul vetro mi distoglie dai fornelli.
Bestemmio e apro la porta d'istinto, senza chiedere chi è.
Mi ritrovo davanti due ragazzette poco più che ventenni, una tutta avanzi di dred e frangetta nera, anfibi e jeans larghi, coperti da un larghissimo vestito bianco, l'altra biondina, dall'aria puntigliosa e ordinata.
Con un filo di voce dall'accento francese mi dicono:
- Scusa, siamo rimaste chiuse fuori casa. La serratura si è rotta. Ci presti un cacciavite?
- Certo! - rispondo mentre comincio a frugare nella cassetta degli attrezzi.
- Siamo al secondo piano, noi. Ma nessuno ci ha aperto.
- Ma avete chamato i vicini, il padrone di casa, qualcuno? Il fabbro?
- Sì. Ma nessuno ci ha aperto.
- E siete dovute arrivare fin quassù per trovare un cacciavite? Che palazzaccio! - provo a sminuire mentre scendo con loro per dare un occhiata alla porta.
Le mie doti di scassinatore sono piuttosto scadenti. Non riesco a fare molto altro che smontare un paio di viti e levare la chiave incastrata. Ma di aprire non c'è verso.
Mentre aspettiamo il fabbro le invito salire, inutile stare sulle scale al freddo.
Prepariamo il caffè e offriamo loro paste di mandorla e frutta martorana.
- Che giargiani!- mi scappa di pensare.
Sono simpatiche Alice e Muriel, piene di quella cocciuta spensieratezza delle studentesse in Erasmus. Piene anche di un certo qual allegro appetito: mangiano come due minatori polacchi [ad occhio, direi fame chimica]. Fanno anche amicizia con l'ostile gatto Arturo mentre raccontano del loro primo anno a Torino, delle feste di architettura, delle scorribande in collina, del balon.
Il citofono interrompe le chiacchiere. Il fabbro.
Mentre scendono di corsa allungo loro un pacchetto di biscotti. Mi è sembrato gli siano piaciuti.
L'acqua, intanto, ha cominciato a bollire. Mentre butto duecentotrentotto grammi di penne rigate Garofalo mi capita di pensare che è bello lasciare porte sempre aperte.
GinocchiaAPunta
giovedì, 22 novembre 2007, ore 16:47
Ginocchia: ieri ho conosciuto la nuova fidanzata del Baro.
Fukuda: e com'è?
Ginocchia: è di Soverato.
Fukuda: in che senso, scusa?
Ginocchia: nel senso che ha caratteristiche fisiognomiche evidentemente calabre.
Fukuda: cioè? ha la figa che sa di peperoncino?
Ginocchia: mmh.. non so, non siamo diventati così intimi!
Fukuda: ..
Ginocchia: però, ora che mi ci fai pensare, ecco perché il Baro tiene sempre una bottiglia d'acqua vicino al letto..
[Disclaimer. Se io sono un idiota non è colpa mia. È solo che sono circondato da emeriti deficienti!]
GinocchiaAPunta
mercoledì, 21 novembre 2007, ore 10:02
La giornata comincia allegra.
Nonostante, intorno, sia tutto completamente grigio. Il cielo, l'asfalto, la pioggia sputata diagonale. Anche i colori paiono ingrigirsi, come di velo.
Una di quelle mattine da mettere su Disintegration ed ascoltarlo diciannove volte di fila, accucciato sul divano con il gatto sulla pancia.
Forse questo giorno voleva nascere in bianco e nero. Come un vecchio film francese.
[Ci sono giorni che manifestano volontà cinematografica propria].
Ma non fa nulla.
Oggi è nata Arianna. Secondanipote. Tre chili e sette, viola come tutti i nuovi nati -per quella sorta di allergia alla vita che ci prende appena fuori dal sicuro del ventre- e di zazzera nera.
Non la vedrò prima di Natale, Sorellauno è scappata lontano. Non mi godrò le scene allegre delle zie zitelle appiccicate al vetro di Primonipote:
- Guarda, guarda! Mi ha riconosciuta! Oh! Mi saluta!
- Oh, zia! E' che c'è il vetro e non si sente. Ma già parla e ti stava anche chiamando per nome.
- Te piantala di farmi ridere che mi si strappano i punti! - mi zittiva tenendosi la pancia Sorellauno.
Mi mancherà tutto questo.
Come mi mancherà addormentarmi di domenica pomeriggio col dito tenuto stretto da una minuscola mano. I giochi seduti per terra, cambiare pannolini lisergici senza respirare, i primi passi incerti, la mela grattata, il pomodoro con lo zucchero, le parole arrotondate, le paure, gli spunti di fantasia. Mi mancherà non potere essere zio come lo sono stato per Primonipote.
Ci capiamo, io e certi bambini.
GinocchiaAPunta
martedì, 20 novembre 2007, ore 16:26
Il sonno agitato della notte mi abbandona poco prima delle cinque. A svegliarmi, un sogno che non ricordo.
O meglio, ho memoria solo della nebbia in cui mi perdevo, della solitudine di un albero di cachi e del bambino che portavo sulle spalle, avvolto in una coperta.
Null'altro.
Inevitabile alzari ed incappucciarsi nella felpa grigia. Fa freddo, prima dell'alba, quando si è così soli.
Vegliare chi dorme è come stare sott'acqua, ogni movimento dev'essere controllato, anche l'ansia. Il fiato va trattenuto con la paura, a farne una miscela improbabile di coraggio.
La solitudine che mi è più faticoso affrontare è proprio questa accompagnata.
Come quando vegliavo le notti deliranti di mio padre.
Inventarsi sempre nuove fondamenta su cui costruire un coraggio immaginato, perchè sai che gli altri si reggono sull'immagine di te.
Questa guerra non è mai finita.
Non finirà mai.
Come se io non esistessi se non dentro i contorni del dolore, se non affossato in una specie di trincea.
GinocchiaAPunta
lunedì, 19 novembre 2007, ore 19:42
Fuori il cielo è bianco, come l'aria greve e gelata. Si sta facendo un lento buio di latte. Si sfaldano i contorni delle case intorno, come fosse di sabbia svanisce il rosso dai tetti, l'ocra dei muri.
La solidità delle cose è un errore di parallasse dell'occhio giulivo. Volessi allineare il cuore ai pensieri vedresti quanto sono fragile. Quanto tutto sia fragile. Vedresti che non sono stato io a farti quei graffi. Che non ho più unghia a furia di scavare la terra. Vedresti.
Il riflesso del vetro mi restituisce un lampo di me, addosso solo una specie di paura. Ho denti digrignati e orecchie tirate all'indietro. Zoppico sempre. È il peso di chi non c'è a trattenere il passo alla fuga.
Il vapore di un sospiro sbianca la tela.
Mento solo tacendo.
GinocchiaAPunta